Speciale Futuro Presente III – live

Blade Runner

Altro argomento spinoso, altro germe di discussione che vi consegno…

La serata finale si svolge nella piazza del Polo Museale, racchiusa dalla suggestiva ed efficace cupola in vetro e acciaio dell’architetto svizzero Mario Botta.

Ospiti del primo set il roveretano Koan01 (Massimo Vicentini) al video e Ootchio (al secolo Salvatore Arangio) al suono, con il progetto Sci-Fi landscape realizzato per il Festival e dedicato alla fantascienza.

Anzi, dedicato ai capolavori della fantascienza, dato che il materiale video è tratto dagli immortali 2001 Odissea nello Spazio, Blade Runner, Metropolis. Il programma di sala parla anche di citazioni sonore di Luciano Berio, Russolo, Xenakis, Stockhausen…io non ne ho colte neanche una, ahimè. Ho un dubbio su Stockhausen, sicuramente ho riconosciuto con un sussulto d’emozione l’omaggio a Vangelis sulle immagini iniziali di Blade Runner.

La cornice, l’ho già  detto, è suggestiva. Anche perchè gli schermi a disposizione sono tre, 20 metri quadri l’uno suppergiù, e le immagini proiettate si riflettono sulla cupola dando l’impressione di una invasione aliena dal cielo.

Nello stesso tempo l’architettura a cerchio della piazza, come potrete immaginare, è un bacino di risonanza molto potente, gli acuti perforano e i bassi fanno tremare. Il luogo insomma è già  una garanzia di successo.

La performance è condotta sicuramente con gusto per quel che riguarda il sonoro. Lo stile complessivo fa molto Netmage, il che non è necessariamente un male, però a mio parere manca alcune possibilità  che il luogo stesso dava.

Per esempio, la piazza circolare, che si prestava moltissimo ad una spazializzazione multicanale. I tre schermi, che consentivano il gioco tra tre immagini…tanto più che il prodotto di koan 01 e Ootchio non è di quelli che voglion far ballare – come invece la performance che li segue, di cui parlerò dopo. Perchè se si deve ballare, quello che conta è l’essere investiti dal fronte stereo e sentire ben bene il sub…
Così il risultato è un po’ freddino, il pubblico è seduto frontalmente a mo’ di concerto, le immagini ricordano più il Vjing tradizionale: molti effetti (dal negativo al cartone animato), molti flash su immagini tutto sommato statiche.

Si poteva osare di più, credo. Seguendo Francisco Lopez, si poteva trasformare il concerto in una esperienza. Nel suo intervento Lopez ha sostenuto anche che il concerto tradizionale secondo lui non ha mai avuto senso per la musica su supporto. Unite questo al fatto che le immagini (sempre citando Lopez), specie se il rapporto con il suono non è d’audiovisione, non dovrebbero essere considerate necessarie per l’ascolto, e avrete il quadro di molte performance audio video. Non dico di oggi, ma di almeno degli ultimi quindici anni. Ancora una volta, attendo smentite e commenti!

A seguire Pfadfinderei omaggia la tecnica cinemascope con il Panorama Live Show. Utilizza tre proiettori, sfruttando appieno le potenzialità  tecniche. Le immagini che scorrono sono in parte delle montagne che circondano la valle dell’Adige, evidentemente riprese per l’occorrenza. Gli effetti sono molto semplici ma efficaci, vettori dal sapore futurista (omaggio al roveretano De Pero?), scorrimento di nuvole a più velocità , sincronia con la musica. Che in questo caso è un puro Dj set a cura KrsnSkate, che spazia dalla tecno al dub e via così. Nulla da eccepire, lo scopo è far ballare, il video credo – come ci dissero una volta i Matmos – serve per evitare che la metà  del pubblico (quelli che non ballano) si trasferisca al bar. Anche se l’abilità  degli autori lo rende la parte più interessante, come da programma “evitando di scadere nel già  visto e nelle soluzioni scontate”.

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Sara Lenzi

Director of Marketing at Sonoport
Sara Lenzi is Director of Marketing at Sonoport. With more than a decade of experience in sound design and audio branding consultancy, she writes about all the multifaceted aspects of sound in communication. She is an international lecturer and founder of Lorelei Sound Strategies, the first sound branding boutique studio in Asia. Sara has a Master Degree in Philosophy from the University of Bologna and she is starting her PhD at the University of Bilbao, Spain. She lives in Singapore, where she spends her free time in tireless exploration of local food stalls and vintage shops, sipping cocktails in the tropical humidity and diving with giant turtles in the South China Sea.

16 COMMENTS

  1. Le immagini non dovrebbero essere necessarie per l’ascolto e il suono non dovrebbe essere necessario per la visione… chiaro che se uno chiama concerti le performances audiovisive parte con il piede sbagliato. Altro conto è il VJing o le situazioni in cui il video si aggiunge ad un audio preesistente… li’ ci sono altri fattori legati ad una gestione particolare dell’attenzione del pubblico… nel bene o nel male che sia…

  2. E’ vero che concerto è diverso da performance ed ancora da Vjing, Djset, Live set o quant’altro…il fatto che volevo sottolineare è che troppo spesso a etichette diverse non corrispondono esperienze diverse. Ha senso chiamare performance audiovisiva – implicando una unicità  e irripetibilità  dell’evento – un qualcosa in cui questa unicità  non è percepita, l’azione non è percepita? o meglio: se non c’è differenza performativa – o non la si coglie – cosa differenzia un concerto da una performance? Il fatto che ci sia il video? il fatto che sia scritto sul programma? il fatto che gli esecutori fissino lo schermo di un laptop dando a intendere che si sta combinando molto? se poi le sedie sono disposte come per un concerto, gli altoparlanti pure, il pubblico si adegua e si pone come in un concerto…

  3. si’ il problema e’ complesso e nasce con gli albori della musica elettronica che era inizialmente pensata per la radio. poi e’ arrivato “gesang” e le cose sono cambiate!
    insomma ci sono vari elementi di cui tenere conto: la liveness (o componente cinestetica), la sinestesia o anche solo la sincresi “chioniana” e l’immersività … in questo spazio multidimensionale si pone l’evento multisensoriale che si pone naturalmente in rapporto con l’estetica dell’artista e con un tipo di coerenza interna… in questo cognitivo spazio tutto è possibile e puo’ essere realizzato male o bene… 🙂

  4. piu’ che altro (e concludo subito) il mio intervento era indirizzato verso una certa “spocchia acusmatica” lopeziana… solo presunta pero’ perche’ in effetti non ho mai sentito le sue argomentazioni in versione… originale. 🙂

  5. La “spocchia”, o meglio la diffidenza vero l’utilizzo di video e immagini esiste, l’ho provata io stessa…fondamentalmente deriva dalla difficoltà  di trovare soluzioni performative che si distinguano dalla mera sovrapposizione audio/video e renderle allo stesso tempo coerenti con l’attenzione all’ascolto e alla ricerca sul suono proprie della musica acusmatica. Una cosa è certa, con le immagini e l’utilizzo del video bisogna sempre più fare i conti…

  6. Si’… anche Stockhausen era contro l’associazione di video e musica… d’altra parte il suo ideale di musica totale di derivazione romantica può far bene a meno di altre modalità  sensoriali, che rischiano di distrarre la sensibilità  dell’ascoltatore. Ciononostante lo studio della componente cinestetica e aptica nell’ascolto musicale è un settore di ricerca sempre più diffuso… l’illusione di eliminare la componente visiva ricorrendo a delle bende sugli occhi, come vuole Lopez, ha a mio parere più valore come “trovata” provocatoria, che come un reale contributo a sciogliere le problematiche della percezione multisensoriale. Era questo atteggiamento che chiamavo “spocchia”.

  7. questioni interessanti…non credo ci sia bisogno di alcun bendaggio per restituire alla musica ciò che in fondo gli appartiene di diritto: la semplice attenzione allo svolgersi dei suoni nel tempo…e vale per Bach quanto per Lionel Marchetti, nella cui musica ad esempio, lo dico parafrasandolo, il cinema sta ancora tutto nelle orecchie e non si svolge altrove, se non magari evocandolo acusticamente, questo altrove…certamente come diceva Sara esiste nel campo performativo e audiovisivo un problema di percezione… un lavoro, a mio parere, dovrebbe essere di per sè, diciamo l’intuizione che la pensa, portatrice essa stessa di necessità  o implicazioni, multisensoriali…altrimenti il risultato estetico non potrà  far altro che comunicarsi in maniera forzata ed ambigua…così ad esempio pare che basti il suono a Marchetti per evocare efficacemente l’aptico e l’audiovisivo, o il cinema in quanto audio-video in Bresson per evocare, necessariamente, il silenzio, o l’evidenza di una semplice relazione fisica di causa-effetto delle installazioni minimali di Nicolai per godere di una bella installazione…si pone per me un problema di necessità  che è un po sottovalutato..e i motivi sono tanti…

  8. Le immagini non dovrebbero essere necessarie per l’ascolto e il suono non dovrebbe essere necessario per la visione…

    Scusami ma non sono d’accordo con questa affermazione . Lo Chion ha scritto molto su questo così come il Cremonini e badate che non è lo stato di necessità  dell’ascolto che può richiamare un istinto visuale e viceversa perchè è l’unione dei due elementi che generando un terzo elemento , l’audiovisivo , appunto fa si che questo non possa non richiamarsi alla musica e all’immagine allo stesso tempo .

  9. Sono d’accordo con Francesco. Premetto di non essere così preparato come ho potuto evincere dai vostri interventi, tuttavia la mia testimonianza potrebbe essere utile a questa discussione.Vivo nel mondo della musica “commerciale” e della pubblicità  dal 1980. Fui catapultato nella sperimentazione sonora per caso ascoltando un disco di tale Doris Norton ” Artificial Intellegence”. Da li mi documentai su quelli che erano i “crossover” più conosciuti e interessanti del momento come Eno, Fripp, Laurie Andersonn, David Sylvian ecc. Con la loro opera capii che finalmente eravamo ad un bivio. La crescita di potenza dei mezzi espressivi (sequencer, computer ecc.) e la loro progressiva abbordabilità  economica, apriva le porte ad un numero sempre più nutrito di “giocolieri” del suono. Io, musicista puro, ne fui da prima nauseato poi ne compresi il messaggio che era: trascrivere immagini in suono. Gli artisti “musicisti” volevano liberare le proprie immagini interiori con il suono. Rappresentare, descrivere, imitare o sviscerare un’immagine era la grande novità … Emerson, Lake & Palmer con l’album live “Pictures at an Exhibition” avevano realizzato la più importante (a mio modesto parere) e forse prima performance di “rock descrittivo” amoreggiando con i temi di quel visionario e pioniere del genere che era Mussorski… Concludo e mi scuso per la divagazione: l’immagine e il suono per me sono un prodotto unico ed indissolubile, che tu le manifesti o tu le lasci sottointese.
    La sfida dell’artista è quella di accoppiare i due elementi in maniera emozionale, talvolta anche banale o commerciale se vogliamo (Vangelis è il maestro in questo senso) che però sia la sua privata interpretazione di quell’accoppiamento. Comunque molto interessante questo blog…Ciao. Fix

  10. Anch’io sono d’accordo con Francesco, se ho capito bene… evidentemente mi sono espresso male. Volevo dire che ha senso creare suoni da ascoltare, ha senso creare immagini da vedere, ma che l’unione delle due e’ necessariamente qualcosa di diverso, l’audiovisivo appunto, che può funzionare o meno e rendere conto di una fusione tra suono e immagine grazie a sincresi, sinestesia e anche immersività .
    Poi è evidente che non possiamo “staccarci” il nervo ottico per evitare di vedere quando un autore ci fa ascoltare un brano “esclusivamente” sonoro, cosi’ come non possiamo metterci una benda sugli occhi come vuole Lopez. La percezione è sempre e comunque sintetica. Video o non video… suono o non suono.

  11. Vado oltre, e dico che non solo vista e udito sono inseparabili, ma lo sono anche rispetto al tatto, all’olfatto…privarsi di un senso durante l’ascolto non potrà  impedire agli ascoltatori di toccare, di odorare, e quanto questo influirà  sull’ascolto? dal punto di vista dell’arte però, laddove l’unione tra suono e immagine è voluta e presentata come un’esperienza organica – come dice MVL – allora l’autore deve in qualche modo rendere conto, essere responsabile della nascita di un nuovo prodotto..l.’audiovisivo. Come benissimo dice Francesco. Non basta chiamare una performance “audiovisiva” perchè questa lo sia. Vangelis come dice Fix ha fatto benissimo quello che spesso non si trova in tanta arte contemporanea, sono sicura che Chion sarebbe d’accordo. Questa è, giustamente, la sfida. E dato il numero di commenti direi che è molto sentita!

  12. mh… ci son un paio di precisazioni che vorrei fare sul video

    -innanzitutto il fatto di non utilizzare 3 segnali diversi per i 3 schermi è stata una scelta dettata dalla strumentazione che ho a disposizione: x avere 3 uscite separate avrei avuto bisogno di altri 3 mixer e almeno 3 computer (pfadfinderei erano in 5 e usavano 5 mixer e 7 computer) questa strumentazione mi sarebbe servita ovviamente per tutti i due mesi di sviluppo del prj

    – x quanto riguarda la trattazione dei materiali live forse non hai colto alcune particolari tipo che il vidoe reaggiva allo sviluppo della parte sonora attraverso tutti una serie di segnali (dal midi ai segnali audio) questi venivano processati da alcuni programmi che ho scritto (in max/MSP Jitter e EyesWeb) appositamente per questo lavoro. Inoltre usavo una webcam in feedback sull’usicta del mixer e tutta un’altra serie di accortezze x linkare dinamicamente l’audio al video. mi sembra strano che tu non abiia colto niente di tutto questo visto che ho ricevuto un sacco di feedback entusiasti proprio su questo aspetto.

    ultima cosa su pfadfinderei di cui sono rimasto abbastanza deluso… nn so mi è sembrato un grande spreco di tecnologia come omaggio al cinemascope mi sarei aspettato qualcosa di più sinceramente le parti realmente splittate sui 3 schermi eran forse un quinto del resto che si riduceva ad animazioni vettoriali di cui il vjing è saturo da 10 anni, l’omaggio che ti è sembrato di cogliere a Fortunato Depero secondo me ha tanti anni quanto il termine vj. Non so forse anche il fatto che nella selezione dei materiali non abbiano avuto un minimo di criterio, mischiando + o – a casaccio ambiti completamenti diversi mi ha indisposto abbastanza verso il loro lavoro.

    a proposito di paesaggi montani ti mando il link di un prj che ho fatto sul tema sempre con le musiche di ootchio
    http://www.youtube.com/watch?v=SoiPoOE32eE

  13. Ciao Koan01, grazie di essere intervenuto e per le tue precisazioni cui rispondo subito:
    – bene fai a sottolineare gli aspetti tecnici. Naturalmente i limiti di strumentazione incidono sempre e comunque sulle possibilità  creative. Quando ho scritto di “spazializzazione multicanale” parlavo dell’audio (poteva essere frainteso me ne accorgo ora). La possibilità  di diffondere su più canali è, oggi, abbastanza semplice e tutto sommato può essere fatta al momento (intendo, anche senza aver lavorato in multicanale in studio) se fatta, appunto, con lo spirito del live. E se l’organizzazione di mette a disposizione un impianto a 8, naturalmente.
    – per quel che riguarda la performance, e il suo grado di “live”, io ho scritto quello che ho provato stando dalla parte del pubblico, e non dalla parte del sistema che hai progettato. Il sistema in questione può essere più o meno complesso: io ho scritto che il risultato era un po’ freddino e questo al di là  della complessità  del sistema e dei tuoi intenti di ricerca e sperimentazione. Quello che mi premeva sottolineare è proprio questa discrepanza che molto spesso si trova nelle performance audiovisive, tra complessità  del sistema di interazione che coinvolge come ben sappiamo spesso patch di Max/msp, jitter, PD, Isadora e via di questo passo, e il risultato. Che molto spesso è scarsamente performativo. Come dicevo nel primo commento a MVL, l’etichetta “performance” rimanda ad una unicità  di esperienza – da parte del pubblico – che spesso non si coglie. Ha senso progettare un sistema molto complesso se il risultato differisce di poco da quello di un “concerto” frontale? Cosa caratterizza una performance live, e ancor più una performance live audiovisiva? E’ la consapevolezza dell’artista di aver creato un sistema di patch ad hoc (e qui si aprirebbe un altro fronte di discussione sul fatto che spesso si creino patch o sistemi complessi per risultati semplici e ottenibili in altra maniera – Ableton Live!, Modulate) oppure è l’unicità  di una esperienza audiovisuale vissuta dal pubblico? Che magari sfrutta la cornice in cui è inserita, facendone un altro elemento visuale e spaziale, per rendere ancora più unica la performance?
    – riguardo a Pfadfinderei, alcune cose sicuramente rimandano al mero gusto personale, per cui non mi addentrerei. Solo una cosa: ancora una volta ci tenevo a sottolineare le differenze di intento artistico. Se loro voglion fare ballare, intarsi grafici sincronizzati o immagini a casaccio poco importano – la gente balla, e vive l’esperienza audiovisiva legandola al movimento. La discussione su cosa è vecchio e cosa è nuovo è essa stessa vecchia quanto la musica e l’arte. L’ansia del nuovo porta con sè una visione dell’arte provvidenziale, romantica, se non fascino per la macchina fine a se stesso: parliamo piuttosto di risultati raggiunti, di coinvolgimento sensoriale, di segnali ben diretti verso chi ascolta e guarda. Ben vengano nuovi mezzi, ma a condizione di buoni risultati…Ancora, e concludo, mi piaceva aver colto la registrazione di immagini dei luoghi circostanti a Rovereto (De Pero magari me lo son sognata io, su quello non so che dirti) perchè a mio parere era indice di quell’atteggiamento verso il rendere unica la performance che credo sia – e sarà  sempre più importante, nel live.

  14. Grazie per il link a proposito. Ne suggerisco un altro, alla serie di lavori di Elio Martusciello “To extend the visibility”

    http://www.youtube.com/watch?v=wjZg3cXH5n4&feature=related

    Potrebbero essere lo spunto per un’altra discussione sull’audiovisione – come sottolineava Francesco, il “terzo elemento” quando si lavoro con audio e video. Che però è ben diverso nel live da come è in un prodotto finito a confezionato come audiovisivo.

  15. allora in anzi tutto mi scuso per la forma del commento spedito venerdì, ma sono stato vessato da un mal di testa paralizzante x tutto il giorno e avrei fatto meglio ad aspettare che mi passasse prima di mettermi a scrivere, ma quando mi hanno passato il link di questo post non ho resistito…:-P

    ritorno sui punti per altre due precisazioni veloci

    – questo punto voleva precisare non il discorso sulla spazializzazione multicanale (che noi avevamo richiesto, più per una questione acustica che di spazializzazione reale, ma nn ci è stata fornita) ma mi riferivo nello specifico alla tua frase “I tre schermi, che consentivano il gioco tra tre immagini”

    – x quanto riguarda il grado di live della nostra performance ti posso assicurare che avevamo così tante variabili (sopratutto per quanto riguarda la parte musicale suonata dal vivo) che il risultato poteva uscire molto male. Il fatto che questo non si evincesse poi dal live secondo me è da imputare a fattori diversi, sicuramente uno è la tipologia di strumenti utilizzati (computer, mixer, controllers etc.. sono molto meno scenici di strumenti classici) che rende abbastanza opaco il livello di interazione tra l’esecutore e questo tipo di device. Questo può esser valorizzato in vari modi, dalla collocazione del palco, a quella del pubblico, all’impianto e gli schermi e sopratutto dalle relazioni tra questi elementi. Diciamo che sotto questo punto di vista siamo rimasti abbastanza delusi di come l’organizzazione del festival ha gestito questo aspetto, di importanza cardinale in questo tipo di eventi. Io avrei voluto dedicare i due schermi laterali a due videocamere che riprendessero il nostro operato (solo mani e device) nel corso dello show. Alla fine questa soluzione non è stata utilizzata perchè Salvatore non era convinto e ho preferito non insistere, a posteriori penso che sia stato un errore non averlo fatto, questo sicuramente avrebbe migliorato la resa e la causalità  dell’output che usciva da impianto e proiezione centrale.

    Solo sul termine performance invece si potrebbe scrivere una mezza biblioteca di trattati, sicuramente ci sono moltissimi usi impropri del termine (usandolo nella sua accezione originale), così tanti secondo me da sorpassare di gran lunga quelli “corretti”. Io sul catalogo comunque avrei scritto semplicemente livemedia project, anche se in Trentino il termine livemedia (come la pratica del resto) non trova riscontri o precedenti. Per quanto riguarda l’unicità  di esperienza x lo spettatore non penso che si possa stabilire in maniera univoca quando questa ci sia oppure no. Comunque sono d’accordo con te sul fatto che il tipo di esperienza del nostro spettacolo per il pubblico sia molto più vicina a quella di un concerto che ad uno spettacolo di bodyart (dal cui contesto è uscito il termine negli anni 70) anche se effettivamente in questa descrizione di performance art da Wikipedia potrebbero rientrare benissimo sia il livemedia che pure il concerto frontale :

    “La Performance art è una forma artistica dove l’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo particolare e in un momento particolare costituiscono l’opera. Può avvenire in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, o per una durata di tempo qualsiasi.

    Un altro modo per comprendere il concetto è quello di dire che la performance art può essere qualsiasi situazione che coinvolge quattro elementi base: tempo, spazio, il corpo dell’artista e la relazione tra artista e pubblico; in contrapposizione a pittura e scultura, tanto per citare due esempi, dove un oggetto costituisce l’opera.”

    Per cambiare discorso subito (non amo molto le discussioni sulle definizioni), il fatto di aver sviluppato delle patch con Jitter e EyesWeb ad hoc per lo spettacolo invece che utilizzare programmi “confezionati” è stata una necessità  visto che quelli che ho uso abitualmente (resolume avdrum e avmixer) non offrono le funzionalità  di cui avevo bisogno (velocità  del video in base all’ampiezza del segnale audio e un oscilloscopio decente). Ovviamente tutta la parte tecnica è completamente accessoria all’esperienza del fruitore in quanto penso che il livello di sincrono tra audio e video faccia aumentare l’impatto emotivo in maniera considerevole.

    – su pfadfinderei il mio dissenso era sullo spreco di mezzi rispetto al prodotto finale (quello che dici tu del nostro intervento – anche se parlando di software – mi sembra) per quanto riguarda invece l’unicità  del l’intervento ti ricordo che Sci-fi Landscapes è stata una produzione per il festival (che ci ha commissionato un lavoro sul cinema di fantascienza) difficilmente la ripeteremo altrove in quanto come lavoro è stato cucito addosso al produttore e al background locale in materia di livemedia. Sul il risultato finale e la risposta del pubblico io sono rimasto molto soddisfatto da tutti i feedback entusiasti che abbiamo ricevuto; di contro da come mi ricordo quando pfadfinderei hanno finito la gran parte della gente se n’era già  andata da un pezzo.

    – aggiungo un ultimo punto su chi vede Francisco Lopez come un’integralista del solo audio comunicando che lavora anche su dei video (di cui poi fa la spazializzazione del suono in live) inoltre proprio ora è in commissione al mediaLAB del Prado di Madrid per un workshop intensivo su progetti audiovideo.

    Non ho ancora avuto tempo di vedere il video di Martusciello ma mi fa molto piacere che mi abbia passato il link e lo guarderò di sicuro nei prossimi giorni.

    salus//mx

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