Ambienti sonori pubblici. Tre metodi per realizzare grandi performance audiovisive e vivere sereni a Londra, Parigi o Firenze

Beirut a Parigi in una foto de La Blogotheque

Un giorno viene questo tizio e mi chiede se posso occuparmi delle apparizioni musicali della sua band. Mi dice una serie di parole: teatro, auditorium, stadio, arena. Mi scongiura di confidargli il segreto per ottenere la migliore qualità  del suono in una performance live.

Lì per lì mi verrebbe di parlargli di microfoni marziani e diffusori volanti. Molto probabilmente gli consiglierei di comprarsi una bella camera anecoica prefabbricata…

Alla fine invece gli propongo di portare i membri della sua band in un ambiente pubblico e costringerli a suonare come se avessero il cuore in mano. Il luogo, se scelto in modo opportuno, farà  il resto. Il Suono è fatto così…

Non ci credete? Prendiamo tre città : Londra, Parigi e Firenze. Peschiamo a caso qualche bella performance…


Il sempre bizzarro Daniel Johnston si fa convincere dai tipi di The Black Cab Sessions a interpretare il brano Grievances dentro un tipico cab inglese mentre viene scorrazzato di qua e di là  per le vie di Londra.

I Grizzly Bear interpretano una stupenda versione di Shift in un bagno di un appartamento parigino nell’episodio n. 10.1 della fantastica serie dei Take-away concerts de La Blogotheque.

Infine una donna di colore totalmente sconosciuta accetta (who knows…) di farsi riprendere dal mio telefonino mentre interpreta un’opera nella piazza del Duomo di Firenze. Per diversi minuti siamo rimasti tutti ipnotizzati dall’intensità  della sua voce, che risuonava in tutto l’ambiente intorno.

In tutti questi casi la performance acquista un’efficacia maggiore grazie alle caratteristiche del luogo, che diviene un vero e proprio elemento aggiuntivo, operando sia nel campo uditivo che in quello visivo.

La capacità  di scegliere un luogo che  operi in questo modo sulla qualità  dell’evento audiovisivo è fondamentale. Attenzione: il sound designer oggi potrebbe (dovrebbe) avere proprio questa capacità , riuscendo a valutare un ambiente non solo per le sue capacità  acustiche, ma anche e soprattutto per quelle sinestetiche.

Dimenticavo, ovviamente il tizio e la band non mi sono mai venuti a trovare…ma va bene lo stesso. Sarà  per un’altra volta…

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Gianpaolo D'Amico

Editor-in-chief at sounDesign
Gianpaolo D'Amico is an independent creative technologist for digital media. He is the founder of sounDesign and a music obsessed since he was 0 years old.

6 COMMENTS

  1. l’avvertenza al termine della new non mi sembra appropriatissima se si considera il materiale video recensito nella new stessa.
    Io penso che siamo di fronte a esperimenti cinematografici sull’esempio del genere del videoclip/documentario girato on the road; viene esaminato sicuramente il rapporto sinestetico musica immagini ma non si può pensare che ogniqualvolta intervenga questo tipo di rapporto ci sia lavoro un soundesigner….

  2. Francesco, l’avvertenza ha proprio l’obiettivo di punzecchiare tante idee che ognuno di noi ha sul ruolo che deve avere un sound designer, che spesso viene visto solo come lui che si deve occupare della qualità  sonora (in termini tecnici/tecnologici).
    Per me personalmente il ruolo del moderno sound designer è quello del progettista dell’esperienza audiovisiva in modo totale.
    Posso capire le difficoltà  di un ruolo di questo tipo in ambito cinematografico (in cui spesso viene considerato come solo un musicista o come solo un fonico), ma nell’ambito delle performance le variabili in gioco diventano molte di più. E tutto divien anche più divertente e stimolante.
    Non vedere gli esempi che ho postato come degli esperimenti cinematografici solamente (il mio telefonino non se lo merita proprio un trattamento così alto), ma come delle testimonianze di cosa può succedere al suono quando la performance viene progettata in modo totale (ripresa tecnica, scelta del luogo, tipologia del materiale musicale, look and feel degli artisti).
    Che ne pensi? Non è male come professione per il futuro…

  3. Trovo, e mi sembra tra l’altro l’idea espressa da Gianpaolo, che non esista al mondo un contesto sonoro migliore di quello reale con tutte le peculiarità  e difetti di cui ne è soggetto. Da un lato è pur vero che sembrerebbe una soluzione al quanto semplificativa dire ad un musicista ed alla sua band di suonare col cuore in mano, e non so quanto ne varrebbe della propria professione, ma sono al tempo stesso convinto che la grossa fetta di roba sonora che ci propinano le sottospecie discografiche odierne sarebbe nulla senza l’ausilio della “macchina”. Sfido io uno qualunque della miriade di personaggi della musica odierna a dare scena di se col cuore in mano in un luogo improvvisato: ne resteremmo delusi.

  4. Il black cab rimane nella sfera dell’intrattenimento e dopo un po’ risulta noioso, ripetitivo. Sarebbe interessante se, contemporaneamente, trasportasse dei passeggeri ignari. Così rimane perfomance auto celebrativa. Come i Grizzly nel bagno (ancora il bagno! meglio Acconci che si masturba sotto il palco). Se si parla di perfomance totale bisogna fare uno sforzo in più, che non risolvere problematiche sonore e visive, ed interagire di più con l’esterno, con chi il suono lo usufruisce (che lo gradisca o meno).

  5. Marco, la tua è un’ottima osservazione. Sul discorso della performance totale e quindi del coinvolgimento con le persone esterne sono assolutamente d’accordo.
    E continuo a insistere che questo sforzo verso la realizzazione di un’esperienza di questo tipo può essere ideata e progettata da un sound designer. O almeno che un professionista che si occupa di sound design sia presente nel team di lavoro.

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