Akousmaflore alla Biennale di Siviglia

Un’amica mi ha raccontato di una particolare installazione in mostra alla BIAC – la Biennale di Arte Contemporanea di Siviglia. Mi sono incuriosita ed ho fatto qualche indagine.

Akousmaflore Scenocosme

Scenocosme, duo francese composto da Grègory Lasserre e Anaïs met den Ancxt ha presentato l’installazione sonora Akousmaflore, che ha stupito e divertito il pubblico della biennale…

In breve, Scenocosme propone un’installazione basata su Vegetali musicali sensibili e interattivi. Il progetto parte dall’idea che le piante siano organismi sensibili in quanto organismi viventi, e come tali, benché nell’indifferenza generale, reagiscano all’ambiente esterno ed in particolare al contatto con altri organismi come il nostro. Che succede quando un essere vivente entra in contatto con una pianta? Altera il suo campo magnetico, il suo campo elettrico e quindi genera un feedback nel sistema-pianta. Ne influenze l’aura, come preferisce esprimersi il duo francese.

Per meglio trasmettere questo concetto (robustamente dimostrato dalle ricerche sul mondo vegetale, ma ancora spesso trascurato dal sentire comune) i nostri hanno deciso di renderlo acusticamente. Al contatto con il pubblico le piante quindi parlano, o meglio emettono suoni e, se si è in più di una persona, si può arrivare anche a suonare le piante per ottenere qualche risultato musicale…non è dato sapere se le piante apprezzino o meno, i fruitori delle esibizioni di Akousmaflore di sicuro lo fanno.

Mi sono sbizzarrita a indovinare il meccanismo, e naturalmente giro a voi l’indovinello. Alcune immagini facevano propoendere per la classica telecamera, ne ho trovate altre però in cui il meccanismo sembra essere inserito in un cono rovesciato appeso alle piante, in versione outdoor.

Poi sono incappata nel blog del Tangible Media Group dell’MIT e guardate che ho trovato…

MIT Tangible Media Group - Plant sensors

Insomma, sembra esserci una certa tradizione di raccolta attraverso sensori di flussi di dati provenienti dall’alterazione dell’attività delle piante (variazioni di temperatura e di umidità, alterazione del campo elettromagnetico…) e della loro analisi a fini di produzione più o meno artistica. Nella rete si trovano altri esempi in cui i dati vengono utilizzati per creazioni video.

L’idea è sicuramente interessante, i dati e le variabili da sfruttare probabilmente molte.

Una cosa però voglio sottolineare: se vogliamo presentare questi prodotti come prodotti d’arte, non basta stupire con effetti speciali sulla carta. Si dovrebbe prestare attenzione anche al risultato sonoro (in questo caso parecchio deludente e a volte anche fastidioso), non credete? Ovvero: il fatto che i suoni rappresentino (in questo caso) la voce delle piante non dovrebbe significare che dietro di essi non c’è una progettazione seria, che quello che conta è il meccanismo e non quello che il meccanismo produce. Non è vero in nessun campo dell’attività umana, men che meno lo è nell’arte.

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Sara Lenzi

Director of Marketing at Sonoport
Sara Lenzi is Director of Marketing at Sonoport. With more than a decade of experience in sound design and audio branding consultancy, she writes about all the multifaceted aspects of sound in communication. She is an international lecturer and founder of Lorelei Sound Strategies, the first sound branding boutique studio in Asia. Sara has a Master Degree in Philosophy from the University of Bologna and she is starting her PhD at the University of Bilbao, Spain. She lives in Singapore, where she spends her free time in tireless exploration of local food stalls and vintage shops, sipping cocktails in the tropical humidity and diving with giant turtles in the South China Sea.

3 COMMENTS

  1. Un amico mi ha suggerito la soluzione del mistero, semplice e funzionale: un cavo elettrico attorcigliato attorno alla pianta – praticamente invisibile, se collocato bene.
    Quando un “essere vivente” entra in contatto con la pianta, il suo corpo trasmette la corrente funzionando da “messa a terra”. Ed ecco ottenuto il trigger, probabilmente legato ad una patch che controlla la randomizzazione e la durata dei suoni, che sembrano bene o male sempre gli stessi un po’ mischiati…

  2. “Si dovrebbe prestare attenzione anche al risultato sonoro (in questo caso parecchio deludente e a volte anche fastidioso), non credete?”

    Si…e…no
    Il risultato sonoro che citi è assimilabile al concetto di bellezza. L’arte, nella sua forma contemporanea
    ha superato l’esigenza del bello da molto tempo.
    Però in questo caso non c’è intenzionalità nella bruttezza dei suoni (cos a orecchio: general midi e triggerati a casaccio)
    Piuttosto si nota la più totale mancanza i ricerca… e in un’installazione sonora, la ricerca musicale non dovrebbe essere trascurata così alla leggera.

    Sembra un lavoro a metà…

  3. Noto con vera soddisfazione che i commenti non mancano quando si comincia a discutere di qualità, di risultati, di ricerca…
    Non porrei però la questione in termini di concetti più o meno fumosi di bellezza…forse è stato il mio riferimento all’idea di un “prodotto d’arte” a trasmettere questo tipo di messaggio. Quando parlo di risultato sonoro non penso ad una esigenza di bellezza, tantomeno distinguo il “bel suono” dal “rumore” o dal “brutto suono”. Ci sono suoni interessanti e suoni meno interessanti, siano essi intenzionali o meno.
    Ma se si presenta il proprio operato come opera d’arte in un contesto d’arte ci si accolla allora la responsabilità del risultato. Quello che è presentato qui non è un “risultato”. E’ un mezzo, un banale meccanismo, un gioco per far partecipare il pubblico.
    E il suono, in tutto questo, è l’aspetto più trascurato, abbandonato alla pochezza della sintesi quando questa non è ragionata, o frutto per l’appunto di ricerca sonora. Sarebbe stato molto meglio a questo punto lanciare campioni di suoni naturali, che so. Per creare una relazione forte e sensata tra il concetto (la voce delle piante) e la sua realizzazione sonora. Non solo manca la ricerca sonora, manca proprio la convinzione che non basti un’idea “tecnica” per trasformare un artefatto qualsiasi in un’installazione artistica. Anche l’antifurto delle case è interattivo…e può diventare arte se inserito nel contesto giusto. Non è un “suono bello” (qualunque cosa sia) che fa arte, ma un suono consapevole, sì.
    Per “ricerca” basterebbe intendere il porsi seriamente il problema del suono, e non pensare che una volta avuta l’idea del “meccanismo” il più è fatto…
    Per ribadire cosa volevo intendere con “arte” e collegarmi ad altri commenti ed altri post: l’informatico e l’ingegnere che progettano Reactable hanno tutto il diritto di non pensare al suono che uscirà dall’interazione con il loro strumento. Chi lo utilizza durante una performance o per un’installazione questo diritto non lo dovrebbe avere. Siccome sostengo la separazione dei saperi in vista della collaborazione, dovremmo sapere chi nel duo Scenocosme fa ricerca sul suono e prendercela con lui o lei…e se non la fa nessuno dei due dovremmo chiederci perché hanno scelto di creare un’installazione sonora.

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